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	<title>Film e Serie TV Archivi - Aesseresinceri</title>
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		<title>Documentari da vedere: storie vere incredibili</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Mar 2023 23:10:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Film e Serie TV]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni sincere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Madonna, politici molesti e atleti dopati: 3 storie da scoprire in questi documentari Netflix</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Non perderti questi documentari da vedere almeno una volta nella vita!</h2>
<p align="left">Oggi sproloquio sui documentari che raccontano una storia ovviamente vera ma che non stonerebbe in un film. Genere conosciuto anche come <strong>“documentari che mi fanno raggiungere il Nirvana”</strong>.</p>
<h3 style="text-align: center;">Strike a pose</h3>
<p style="text-align: center;"><img decoding="async" src="https://www.aesseresinceri.it/wp-content/uploads/2023/04/documentari-da-vedere-1.png" /></p>
<p align="left">Questo documentario apprezzatissimo dalla critica ritrova sei dei sette ballerini che nel 1990 comparvero nel <strong>Blonde Ambition Tour di Madonna</strong>. Nonostante mostri i ballerini come sono ora (e perlopiù sono disincantati e malinconici), attraverso i loro ricordi e le immagini di repertorio è facile rintracciare il fermento di quegli anni: la maggior parte dei ragazzi proveniva infatti dalla scena del <strong>Vogueing (il ballo portato al successo da Madonna nel videoclip di Vogue)</strong> e insomma, ci sarebbe da fare un film anche solo su quel sottobosco di slip dress, brulichio culturale e sostanze non proprio legali. O una serie TV, come ha fatto <strong>Ryan Murphy con Pose</strong>.</p>
<p align="left">Ma Strike a pose sottolinea anche un altro aspetto rappresentativo dei primi anni ’90, ovvero la crescente libertà d’espressione sul sesso sicuro e il coming out: in questo discorso Madonna ha avuto un ruolo di spicco, anche grazie ai suoi 7 samurai-ballerini, i quali erano tutti gay meno uno (sebbene emerga che li abbia un po’ strumentalizzati). Non vivo certo in una caverna, ma è tramite questo documentario che mi sono resa pienamente conto di quanto la schiettezza di Madonna sia stata illuminante per molte persone, all’epoca. Risultato: alla fine avevo <strong>nostalgia di un tempo che non ho mai vissuto</strong>. Se un documentario riesce a darti quest’effetto, significa che schifo non fa.</p>
<h3 style="text-align: center;">Weiner</h3>
<p style="text-align: center;"><img decoding="async" src="https://www.aesseresinceri.it/wp-content/uploads/2023/04/documentari-da-vedere-2.png" /></p>
<p align="left">Ecco, a proposito di schiettezza, il documentario sul <strong>politico Anthony Weiner</strong> cade proprio a fagiolo. All’inizio del film vengono mostrati alcuni interventi fatti da Weiner in TV o al Congresso, e sebbene si tratti solo di pochi minuti sono rimasta impressionata: parlava in un modo che non ho mai visto fare a nessun altro politico. Era estremamente persuasivo, sardonico ma allo stesso tempo appassionato. E schietto, appunto. Peccato che lo sia stato eccessivamente, come quando ha preso la bella abitudine di mandare delle dick pic a svariate donne (su questo argomento poi ci sarebbe da fare un altro documentario. Perché alcuni uomini sentono il bisogno di inviare dick pic non richieste?). Weiner cade in disgrazia, ma come spesso accade – soprattutto negli USA – risorge come una fenice dalle ceneri e <strong>si candida a sindaco di New York</strong>, forte dei sondaggi e del sostegno di sempre più persone. Ah, il sogno americano non delude mai.</p>
<p align="left">Gli uomini invece sì. Perché proprio quando Weiner sembra andare alla grande, i rigurgiti del suo scandalo riescono fuori, travolgendo nuovamente lui e la sua famiglia. Questa è grosse righe la storia su cui si concentra il documentario, ma io aggiungo un succosissimo extra avvenuto in seguito: se volete prendervela con una persona specifica per via di Trump presidente – oltre a Trump, ovvio -, allora vi fornisco un capro espiatorio. Prima delle elezioni presidenziali venne aperta un’inchiesta federale su Weiner, perché aveva indirizzato del sexting anche a una 15enne. Fu sequestrato il suo pc, su cui si trovavano <strong>le famigerate email di Hillary Clinton inoltrate a Huma Abedin</strong>, suo braccio destro nonché moglie di Weiner, perché quest’ultimo le stampasse a casa. Il resto è storia; e ditemi se non è una storia da film.</p>
<h3 style="text-align: center;">Icarus</h3>
<p style="text-align: center;"><img decoding="async" src="https://www.aesseresinceri.it/wp-content/uploads/2023/04/documentari-da-vedere-3.png" /></p>
<p align="left">Vedere Icarus, premiato come <strong>miglior documentario agli Oscar 2018</strong>, è come provare un costante déjà vu e allo stesso tempo un jamais vu, ossia l’incapacità di riconoscere una situazione familiare: perché sebbene il documentario presenti molti cliché da film di spionaggio, è quasi difficile credere a quello che si dipana sullo schermo, cioè che la Russia ha sempre e sistematicamente dopato i propri atleti. In qualsiasi disciplina. E in qualsiasi manifestazione. Da molti, molti decenni.</p>
<p align="left">Il documentario, scritto, diretto e interpretato da <strong>Bryan Fogel</strong> inizialmente doveva dimostrare come fosse facile doparsi e barare in alcune gare sportive. Ma quando Fogel ha contattato <strong>Grigory Rodchenkov</strong>, ormai ex direttore del laboratorio nazionale Russo anti-doping, la storia ha preso tutt’altra direzione grazie alle rivelazioni dello scienziato. Da lì è iniziato un carosello di aerei presi di nascosto, Fbi e Fsb appostati fuori dalle porte, minacce, sparizioni, accuse e tante altre cosette che mi facevano quasi saltare sul divano.</p>
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		<title>True Detective 3, la recensione</title>
		<link>https://www.aesseresinceri.it/true-detective-3-recensione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Mar 2019 10:08:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Film e Serie TV]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni sincere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di detective tristi e maledetti, di casi intricati e famiglie incasinate: in breve, True Detective 3</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Di detective tristi e maledetti, di casi intricati e famiglie incasinate: in breve, ecco a voi True Detective 3</h2>
<p align="left">Era da tempo che non attendevo con ansia la nuova puntata di una serie TV, complice il fatto che su <strong>Netflix e company</strong> tutti gli episodi sono lì già belli e pronti che ti aspettano (vi ricordate quando guardavamo le serie in streaming, ignorando il termine binge-watching? Polizia, se mi leggi: uso il pluralis maiestatis solo per esigenze narrative).</p>
<p align="left">Perciò guardando True Detective 3 ho fatto un salto nel passato, dato che Sky ne rilasciava <strong>un paio di episodi a settimana</strong>, lasciandomi a smaniare per giorni nell’attesa delle puntate seguenti. Già, l’autore storico di True Detective Nic Pizzolatto è riuscito a ripetere il piccolo miracolo della prima stagione: ha dato vita a una serie decisamente coinvolgente che viaggia di nuovo dal particolare al generale, partendo da un crimine commesso in una zona periferica e dimenticata da Dio per arrivare a ragionare sulla società intera… ma altrettanto dimenticata da Dio.</p>
<p align="left">In effetti il promo per la seconda stagione di True Detective era “<em>We get the world we deserve</em>” e sicuramente we deserve un mondo orrendo secondo la visione del caro Nic (questo è l’unico riferimento che farò riguardo a quella brutta, brutta stagione).</p>
<p align="left">Nella terza stagione <strong>i due detective Wayne Hays e Roland West</strong> (interpretati rispettivamente da Mahershala Ali e Stephen Dorff) indagano sulla sparizione di Julie e Will Purcell, avvenuta negli anni ’80 in una cittadina desolante dell’Arkansas.</p>
<p align="left">La narrazione si snoda in seguito su tre piani temporali diversi, ma ci mostra sostanzialmente come i due detective non riescano ad andare avanti negli anni, gravitando sempre attorno a quel caso in apparenza irrisolvibile: Pizzolatto sfrutta quindi lo stereotipo del <strong>“Vero Detective”</strong> (figura di cui avevo parlato brevemente in <a href="https://www.aesseresinceri.it/recensione-halt-and-catch-fire/" target="_blank" rel="noopener">questo post</a>) che diventa ossessionato da un’indagine, ma lo fa per innalzarlo a rappresentante della natura umana. Perché sì, tutti noi ci evolviamo nel corso della vita, eppure gli episodi più significativi del nostro passato continuano a plasmare chi siamo oggi, influenzando anche il nostro rapporto con gli altri.</p>
<p style="text-align: center;"><img decoding="async" src="https://www.aesseresinceri.it/wp-content/uploads/2023/05/True-detective-recensione-1.jpg" /></p>
<p align="left">Di fatto anche le persone vicine a Hays e West vengono colpite dalla loro ossessione. E così ritorniamo di nuovo <strong>all’utilizzo e al superamento di un altro cliché</strong>: di solito in questi racconti vediamo la famiglia del detective tormentato che subisce le conseguenze del suo tormento, e siamo già pronti a rassegnarci sapendo che lui e la moglie – relegata sullo sfondo e utile ai fini della storia solo per rimbrottare il compagno – divorzieranno e i suoi figli lo detesteranno per questo.</p>
<p align="left">In realtà questo accade solo a Roland West (tranne la parte sui figli, dato che non ne ha avuti), mentre Wayne Hays e la sua consorte <strong>Amelia</strong> (Carmen Ejogo) riescono infine a trovare un modo per salvare il proprio matrimonio.</p>
<p align="left">Inoltre, Amelia non è affatto la classica figura femminile che ci viene propinata in queste situazioni, anzi. Finalmente vediamo una <strong>“Moglie del detective”</strong> che oltre a rimbrottarlo è parte attiva del caso; Amelia scriverà infatti un libro sul caso Purcell, arrivando spesso per conto suo a conclusioni importanti riguardo l’indagine.</p>
<p align="left">Questo causerà delle lotte accese tra lei e Wayne, che nel frattempo è stato allontanato dal caso: potete quindi immaginare la tempesta d’inadeguatezza e invidia che lo pervade, tempesta che si rivela essere tra le parti meglio scritte della serie. In generale ho apprezzato moltissimo il modo ricco di sfumature con cui viene tratteggiato<strong> il rapporto ambiguo tra Amelia e Wayne</strong>, e del resto non poteva che essere così, in quanto la loro storia d’amore è strettamente legata al caso Purcell.</p>
<p style="text-align: center;"><img decoding="async" src="https://www.aesseresinceri.it/wp-content/uploads/2023/05/True-detective-recensione-2.jpg" /></p>
<p align="left">Ovviamente anche <strong>Tom e Lucy Purcell</strong> (interpretati da Scott McNairy e Mamie Gummer), genitori dei bambini scomparsi, subiscono le conseguenze nefaste del caso, ma non nella maniera che ci saremmo potuti aspettare. Di solito le famiglie in questo genere di serie crime rimangono un po’ in disparte, andando a rappresentare simbolicamente il Dolore, o lo spettro dell’indagine che il Vero Detective non riesce a portare a termine.</p>
<p align="left">Invece in True Detective 3 i genitori Purcell, come Amelia, risultano <strong>un meccanismo dinamico della storia</strong>. Tramite le loro figure nello specifico Pizzolatto sembra voler dimostrare una verità molto amata dagli psicanalisti: siamo ciò che siamo a causa delle nostre famiglie. E nella serie questo principio acquista un significato particolarmente letterale.</p>
<p align="left">Dal generale al particolare, stavolta: durante la visione della terza stagione crediamo di seguire un’indagine che si spande a macchia d’olio, arrivando a diventare un complotto vastissimo. In realtà, alla fine scopriamo che la verità era molto più ridotta e vicina di quel che credevamo; non bisognava guardare a una fitta rete criminale, bensì a un ginepraio famigliare.</p>
<p align="left">Perciò il colpo di scena dell’ultima puntata funziona, sebbene soffra di un’eccessiva frettolosità e di un carattere posticcio nella messa in scena, sensazione che a volte ho provato guardando anche altri episodi di True Detective 3. Del resto si tratta di una cifra stilistica comune un po’ a tutte le stagioni della serie ideata da <strong>Nic Pizzolatto</strong>, soprattutto per quanto riguarda i suoi investigatori un tantinello esagerati e in possesso di un’allure epica che dice allo spettatore: “ehi, sto portando sulle mie spalle tutto il peso del mondo, forse lo avrai notato dal mio alcolismo. O dal mio sguardo perennemente corrucciato. O dal fatto che sono un lupo solitario, baby”. Allego qui sotto esempio di sguardo corrucciato.</p>
<p style="text-align: center;"><img decoding="async" src="https://www.aesseresinceri.it/wp-content/uploads/2023/05/True-detective-recensione-3.jpg" /></p>
<p align="left">Però, se la serie TV si chiama True Detective un motivo ci sarà, e risiede nell’omaggio a <strong>quel filone letterario e poi cinematografico chiamato hard-boiled</strong>, dove un detective duro e puro rimane invischiato più del necessario nel crimine su cui sta investigando, il quale di solito ha a che fare con mondi patinati al cui interno avvengono fatti dall’indicibile morbosità.</p>
<p align="left">Esattamente come nel film <strong>Il grande sonno con Humphrey Bogart</strong>, caposaldo del genere, o in True Detective 3. Ed essendo io molto affascinata da questa tipologia di narrazione, perdono facilmente l’amore per l’artificiosità da parte di Pizzolatto.</p>
<p align="left">Inoltre, come dicevo sopra, non è che l’autore si limita a utilizzare i cliché del genere, ma spesso ci gioca per portare oltre gli stilemi delle tipica serie crime. E per me questo è il mix ideale, perché mi piace riconoscere <strong>le citazioni di film</strong> del passato in lavori contemporanei, mi fa sentire parte di una grande famiglia cinefila; al contempo, però, ho anche voglia di vedere <strong>nuove sperimentazioni</strong>.</p>
<p align="left">Sarà per questo che la terza annata di True Detective mi è piaciuta così tanto. O<strong>k, e anche perché c’era Mahershala Ali</strong>: lo trovo un attore pazzesco. Mahershala, se mi leggi come la polizia di cui sopra, sappi che ti amo. So persino scrivere il tuo nome senza googlarlo.</p>
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		<title>Il vero miracolo è che mi è piaciuto Il Miracolo: recensione della serie TV</title>
		<link>https://www.aesseresinceri.it/il-miracolo-recensione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jun 2018 09:48:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Film e Serie TV]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni sincere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come mai mi è piaciuta la serie TV Il Miracolo nonostante la mia scarsa simpatia per le madonne piangenti sangue</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Oggi vi spiego perché mi sia piaciuta la serie TV Il Miracolo nonostante la mia scarsa simpatia per Ammaniti e le madonne piangenti sangue</h2>
<p align="left"><strong>3 motivi</strong> per cui pensavo che Il Miracolo, la nuova serie Sky ideata dallo scrittore Niccolò Ammaniti, non mi avrebbe fatto gridare al miracolo:</p>
<p align="left">1) A me lo stile di Ammaniti proprio non piace, di solito. Ho letto <strong>Ti prendo e ti porto via, Come Dio comanda e Io e te</strong>, dunque posso dire con cognizione di causa che salvo solo l’ultimo perché mi è sembrato il meno forzato e artefatto. Ma in giro ho iniziato a leggere pareri sempre più positivi su Il Miracolo, perciò spinta dalla curiosità mi sono buttata. Anche se il pensiero di una serie scritta da Ammaniti, incentrata per di più su una statua della Madonna che lacrima sangue, mi faceva alzare gli occhi al cielo ancor prima di iniziarla…</p>
<p align="left">2)… e mi faceva anche un po’ paura. Avevo letto infatti che Il Miracolo era ascrivibile al<strong> genere horror</strong> (e te credo, c’è una Madonna che piange litri di sangue), e io già sono una pavida, in più avevo in mente questo racconto di mio padre: quando era piccolo, nel suo paese si era sparsa la convinzione che una statua della Madonna muovesse gli occhi e LUI NE ERA TERRORIZZATO E HA TERRORIZZATO ANCHE ME DA PICCOLA CON QUESTA STORIA.</p>
<p align="left">3) Infine, ultimamente le serie TV non mi entusiasmano, perché con loro mi sta capitando quello che mi capita quando entravo da <strong>Zara a Via del Corso</strong>: 4 piani di roba sono troppi, mi confondono e mi fanno allontanare in preda alla frustrazione. Senza contare che l’offerta eccessiva serve un po’ a nascondere i difetti dei singoli capi – in questo caso, vestiti tagliati male e serie prevedibilissime -.</p>
<p align="left">3 motivi che invece mi hanno fatto ricredere su Il Miracolo facendomelo financo apprezzare:</p>
<p align="left">1) Nella serie si ritrova il gusto grottesco e artificioso di Ammaniti, tuttavia risulta “addomesticato”. Sì, nonostante la presenza della Madonna sanguinante: infatti il mistero della statuetta è <strong>intrigante ma non preponderante </strong>(quindi, pavidi come me all’ascolto: SI – PUÒ – FARE, anzi, VEDERE), dato che in fondo si tratta di un pretesto per analizzare le persone e le loro reazioni a questa scoperta.</p>
<p align="left">2) Anche i personaggi che non vengono messi a parte del segreto (perché la statua è in mano all’esercito, che inizialmente ne riferisce l’esistenza solo al premier Fabrizio Pietromarchi) ne subiscono comunque le conseguenze, spesso in maniera imprevedibile. Ed è qui la chiave: <strong>insieme alla recente serie Killing Eve</strong>, Il Miracolo per me è stata una piacevole sorpresa, nel vero senso della parola. Una volta tanto non sapevo bene cosa aspettarmi, sia dai dialoghi che dalle azioni.</p>
<p align="left">3) Complice di quest’imprevedibilità è in particolare <strong>il personaggio di Sole Pietromarchi</strong> (Elena Lietti), a cui va la mia personale menzione d’onore: Sole tvb. All’inizio sembra solo l’algida moglie di un primo ministro sotto pressione (oltre al mistero della statua Pietromarchi deve affrontare anche un referendum sull’uscita dell’Italia dalla UE), e insomma, se fosse rimasta così… che noia, non ci serviva mica un’altra<strong> Claire Underwood</strong>. Ma basta poco per ricredersi, perché Sole è tutt’altro che fredda: ex pilota di rally, è piena di verve, dice e fa tutto il contrario di quello che non solo ci si aspetta da una first lady, ma in generale da chiunque. È pazza col botto, l’ho adorata. E poi il suo discorso nella sesta puntata su come l’istinto materno non sia innato ma sia una costruzione sociale è da applausi.</p>
<p style="text-align: center;"><img decoding="async" src="https://www.aesseresinceri.it/wp-content/uploads/2023/05/Il-miracolo-1.jpg" /></p>
<p align="left">In conclusione c’è da dire che alcune scene e alcuni dialoghi ne Il Miracolo erano un tantinello enfatici e talvolta si aveva l’impressione che i personaggi, più che seguire un arco evolutivo, sbattessero contro il vetro come una mosca intrappolata in un barattolo. Tuttavia il finale, pur lasciandoci con parecchie domande (troppe domande, accidenti ad Ammaniti), è al tempo stesso portatore di implicazioni narrative affascinanti; in tal modo non solo non delude lo spettatore, ma riesce anche a rimanere aperto in vista di <strong>una possibile seconda stagione</strong>. Insomma Ammaniti e gli altri sceneggiatori hanno preso – come si suol dire in gergo tecnico cinematografico – due piccioni con una fava. Abbravi.</p>
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		<title>Recensione di Halt and Catch Fire: una serie TV sul fallimento</title>
		<link>https://www.aesseresinceri.it/recensione-halt-and-catch-fire/</link>
					<comments>https://www.aesseresinceri.it/recensione-halt-and-catch-fire/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giulia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Mar 2018 09:40:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Film e Serie TV]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni sincere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Halt and Catch Fire, il period drama che racconta le evoluzioni tech degli anni ’80 e ’90</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Ecco la mia recensione di Halt and Catch Fire, il period drama che racconta le evoluzioni tech degli anni ’80 e ’90</h2>
<p align="left">Halt and catch fire è una serie TV sul fallimento. Detta così non sembra molto allettante, lo so; del resto, se in un film o una serie guardiamo pazientemente il protagonista fallire più volte, è perché siamo piuttosto sicuri che <strong>alla fine trionferà</strong>.</p>
<p align="left">Ce l’hanno insegnato centinaia di film su pugili che vincono il match della loro vita nonostante tutti gli dicessero “Fai schifo! Mia nonna sfodera un destro migliore del tuo!”, mentre centinaia di serie TV ci hanno insegnato che per quanto <strong>un detective sia tanto, estremamente triste</strong> perché gli hanno decimato tutto il parentado, il portiere del palazzo, il coniglio da compagnia, lui riuscirà comunque a risolvere quel caso che lo ossessiona.</p>
<p align="left">Il sito Vulture ha scritto <a href="https://www.vulture.com/2018/03/tv-detectives-why-are-they-always-so-sad.html" target="_blank" rel="noopener">un articolo interessante</a> su quest’ultima figura, spiegando che i “detective tristi” esistono affinché noi spettatori possiamo sentirli <strong>più vicini e umani</strong>. È difficile empatizzare con qualcuno che risolve sempre brillantemente i casi e per di più se ne va in giro felice come una Pasqua. Andiamo, non puoi avere tutto caro detective.</p>
<p style="text-align: center;"><img decoding="async" src="https://www.aesseresinceri.it/wp-content/uploads/2023/05/Halt-and-catch-fire-1.jpg" /></p>
<p align="left">Anche Halt and Catch Fire presenta un meccanismo simile, dato che i protagonisti <strong>Donna</strong> (Kerry Bishé), <strong>Cameron</strong> (Mackenzie Davis), <strong>Gordon</strong> (Scoot McNairy) e <strong>Joe</strong> (Lee Pace) sono tutti piuttosto geniali. In quel periodo di fermento tecnologico tra gli anni ’80 e ’90, i quattro intuiscono e talvolta anticipano l’avvento di diverse innovazioni come <strong>il primo computer, le community su Internet, il World Wide Web</strong>. Messa così, pare che sappiano o abbiano inventato tutto loro.</p>
<p align="left">In realtà, sebbene i protagonisti si ritrovino nel giro giusto, spesso e volentieri ne vengono spinti ai margini, a causa della massima “il pesce grande mangia il pesce piccolo” o perché semplicemente hanno fatto qualche casino. Del resto, seppur il personaggio di Joe lo ricordi parecchio, <strong>non tutti possiamo essere Steve Jobs</strong> e inventarci imperi mondiali dal garage di casa nostra: ok, magari siamo intelligenti e in gamba, ma siamo anche fallibili, esattamente come Joe, Gordon, Cameron e Donna. E certo questo lato contribuisce ad avvicinarli allo spettatore.</p>
<p align="left">Tranquill@, non sono qui per dispensare banalità sulla vita come “tutti sbagliano, nessuno è perfetto” e dimostrarvi come sono zen per averle accettate con candore serafico. Col cavolo, a noi <strong>“rimuginers”</strong> piace sguazzare nella vergogna e nel rimpianto per errori commessi anni fa. Infatti se avessi sperimentato metà dei fallimenti che capitano a Cameron o Gordon in Halt and Catch Fire, probabilmente sarei andata a vivere in mezzo ai boschi (in effetti Cameron a un certo punto ci va più o meno a vivere).</p>
<p align="left">Anche loro riguardo ad alcuni errori si rodono dalla bile per anni eh, strepitano, battono i piedi, compiono azioni davvero stupide, ma poi, in qualche modo, si tirano su e tornano a una situazione certo non uguale alla precedente, ma perlomeno accettabile. Si adattano al nuovo contesto, cercano di ricalibrare le loro prospettive.<strong> Shock: dimostrano che si può sopravvivere ai fallimenti.</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img decoding="async" src="https://www.aesseresinceri.it/wp-content/uploads/2023/05/Halt-and-catch-fire-2.jpg" /></p>
<p align="left">Tra un fallimento e l’altro, comunque, Donna e gli altri hanno una fracca di lampi geniali, e anche se noi spettatori siamo ormai abituati a tutte le invenzioni per le quali loro si entusiasmano, risulta lo stesso interessante vedere <strong>il mondo geek</strong> che nasce e prende forma.</p>
<p align="left">Ma questo spaccato, per quanto coinvolgente a livello narrativo ed estetico, passa in secondo piano rispetto alle interazioni tra i protagonisti: nel corso delle 4 stagioni (sì, è durato poco: amato dalla critica ma meno apprezzato dal pubblico) i rapporti tra Gordon e Donna, Joe e Cameron, si sono deteriorati e riaggiustati più volte.</p>
<p align="left">Queste dinamiche sono normali in ogni serie TV, bisogna aggiungere un po’ di pepe o la vicenda si spegne, eppure in Halt and Catch Fire si sentiva che i legami tra i personaggi cambiavano <strong>in maniera ragionata e naturale</strong>, non solo per movimentare forzatamente la trama. E se gli autori avessero avuto più stagioni a disposizione, gli archi evolutivi si sarebbero svolti con ancora più calma.</p>
<p align="left">Nonostante ciò, il finale è stato comunque degno dell’intera serie: infatti ha dimostrato ancora una volta che in Halt and Catch Fire non conta tanto l’idea in sé quanto il processo precedente e successivo a quell’idea, e soprattutto come si comporteranno le persone coinvolte nel processo. Perché sì, i computer sono affascinanti, ma, come Terminator insegna,<strong> le persone lo sono di più</strong>. O come dice Joe nella serie, “<em>Computers are not the thing, they are the thing that gets us to the thing</em>”.</p>
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		<title>Chiamami col tuo nome: recensione del film</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jan 2018 09:40:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Film e Serie TV]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni sincere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non solo pesche: ecco a voi la mia recensione di Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Non solo pesche: ecco a voi la mia recensione di Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino</h2>
<p align="left">Non ho urlato al capolavoro dopo aver visto Chiamami col tuo nome. Però, nonostante siano passati alcuni giorni, continuo a pensarci, a ragionarci sopra. A fare collegamenti. E quando un film ti fa quest’effetto, è sicuramente valido. Anzi, è proprio bello, via.</p>
<p align="left">Perché il pregio principale di Chiamami col tuo nome, secondo me, sta nel suo essere <strong>multisfaccettato</strong>, caratteristica che lo porta a toccare diverse corde. E fa tutto questo adottando allo stesso tempo un registro minimale e pacato, aggettivo usato dallo stesso regista Guadagnino per descrivere la campagna promozionale che ha portato il film fino agli Oscar. Ma anche se è candidato nella categoria Miglior film, non penso vincerà (ma pazienza, Guadagnino ha già vinto nella vita dirigendo il videoclip di quel capolavoro assoluto che è <strong>Vamos a bailar </strong>di Paola e Chiara).</p>
<p align="left">Quest’anno il messaggio politico degli Oscar è incentrato infatti sui <strong>diritti delle donne</strong>. L’anno scorso invece la battaglia era contro la discriminazione razziale, e infatti vinse Moonlight, che sulla carta sembra simile al film di Guadagnino. Entrambi presentano un racconto di formazione e un amore gay, nonché un tono narrativamente asciutto. Ma secondo me Moonlight ha adottato tale tono per ragioni ruffiane. “Oh guardatemi sono un film lentissimo e di poca sostanza, ma spacciamo tutto questo per delicatezza narrativa”.</p>
<p align="left">Invece Chiamami col tuo nome non mi ha dato l’impressione di essere una persona FALZA, anzi. Il suo mood “sussurrato” mi è sembrato il prodotto spontaneo dello stile di Guadagnino (quello presente in Io sono l’amore, piuttosto che in A bigger splash), aiutato in questo da due bravi protagonisti, in primis <strong>Timothée Chalamet</strong> che ha sfruttato il suo fascino languido e i suoi occhioni acquosi. No, a parte gli scherzi l&#8217;ho trovato davvero strepitoso, pur lavorando di sottrazione ti fa arrivare tutto il suo struggimento da primo amore.</p>
<p style="text-align: center;"><img decoding="async" src="https://www.aesseresinceri.it/wp-content/uploads/2023/04/Chiamami-col-tuo-nome-recensione-1.jpg" /></p>
<p align="left">Anche il resto dell’apparato scenico contribuisce alla bellezza delicata del film: di fatto bastano pochi accenni per catapultarci in <strong>una ricostruzione degli anni ’80</strong> decisamente accurata ma mai appesantita da continui riferimenti all’epoca, o da un’atmosfera forzatamente plastica farcita di frequenti luci al neon e successi musicali del tempo (anche Christopher Nolan ha lodato quest’aspetto del film, dunque sono nel giusto).</p>
<p align="left">E lo stesso trattamento è applicato al racconto dell’amore estivo, perno della trama. Le cicale che friniscono, quel languido abbiocco estivo che ti coglie nel pomeriggio, vedere la tua cotta estiva e sentire il cuore che ti batte forte inesorabile come cantavano le Lollipop. Insomma dai, sono concetti universali che inoltre sembra di toccare per mano, per quanto sono resi bene visivamente. Anche la campagna della bassa cremasca in cui è ambientato il film sembra trascendere lo schermo, così come la tensione sessuale tra Elio e Oliver.</p>
<p align="left">Per quest’ultima caratteristica mi ha ricordato molto <strong>The Handmaiden di Park Chan-wook</strong>, anch’esso magistrale nel rendere plastica la dinamica del desiderio attraverso elementi come i movimenti di camera, il fruscio dei vestiti, la carta da parati e tante altre cose che non avrei mai pensato potessero esprimere efficacemente l’eros.</p>
<p style="text-align: center;"><img decoding="async" src="https://www.aesseresinceri.it/wp-content/uploads/2023/04/The-handmaiden.jpg" /></p>
<p align="left">Insomma, se paragono il film di Chan-wook, che ho amato parecchio, a Chiamami col tuo nome, vuol dire che alla fin fine quest’ultimo mi è piaciuto davvero. Non ho avvertito quella fitta allo stomaco che in molti hanno sentito durante la visione, né una specifica affinità spirituale con le tematiche trattate, ma ho apprezzato la parte che forse può sembrare più superficiale ma che in realtà non lo è (sicuramente non lo è per Guadagnino), ovvero quella riguardante La Cotta Estiva e <strong>la sua componente nostalgica “happy-sad”</strong>. Avete presente no, quando finisce qualcosa e si è tristi, ma meno male che è successo questo qualcosa, nonostante tutto: miscuglio di sensazioni espresso magnificamente dal monologo del padre di Elio, che vale quasi da solo il prezzo del biglietto.</p>
<p align="left">Chiamami col tuo nome è a sua volta un miscuglio ben amalgamato, di lingue (nella versione originale si parlano inglese, francese e italiano), di stili (perché in alcuni momenti la pacatezza lascia lo spazio a una morbosità Viscontiana), e di chiavi di lettura, come dicevo all’inizio. Penso che sia piaciuto e stia piacendo a molti essenzialmente per questo motivo:<strong> ognuno di noi può trovare facilmente uno spunto</strong>, una vicinanza al racconto del film. E non è certo una ragione di poco conto per apprezzarlo.</p>
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